La storia del divorzio in Italia è più breve di quanto sembri: fino al 1° dicembre 1970 il matrimonio, in questo Paese, era un vincolo senza porta d'uscita. Chi oggi ha superato i cinquant'anni quell'Italia l'ha respirata in casa da ragazzo: le coppie finite che restavano sotto lo stesso tetto, gli «zii» che convivevano senza potersi sposare, le parole dette a mezza voce nei cortili — separata, concubina, ragazza madre.
Vale la pena ripercorrerla come una cronaca, quella storia. L'adulterio che era un reato, ma solo per la moglie. La battaglia parlamentare del 1970. Il referendum del 1974 che spaccò il Paese in due. La riforma della famiglia del 1975. E infine il divorzio breve del 2015. Con un filo rosso molto concreto: che cosa poteva fare chi scopriva un tradimento allora, e che cosa può fare oggi.
L'Italia in cui il matrimonio era per sempre
Serve uno sforzo di memoria per tornare lì. Nell'Italia del dopoguerra il matrimonio era indissolubile per legge: ci si sposava una volta, davanti a Dio o davanti al sindaco, e non esisteva alcun modo di sciogliere quel vincolo. La separazione legale c'era, certo, ma non liberava nessuno: i coniugi separati restavano marito e moglie a vita, senza potersi risposare, senza poter dare un cognome ai figli nati da un nuovo amore.

E il tradimento? Un marito che scopriva l'infedeltà della moglie poteva fare qualcosa che oggi suona incredibile: denunciarla. Fino al 1968 l'adulterio era un reato previsto dal codice penale, e puniva soltanto la moglie; il marito rischiava qualcosa solo se teneva la concubina nella casa coniugale o notoriamente altrove. Fu la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 126 del 1968, a cancellare quella disparità, dichiarando incostituzionale una norma che trattava lo stesso gesto in due modi diversi a seconda di chi lo compiva.
Quella sentenza non introdusse il divorzio: si limitò a togliere il carcere dall'orizzonte della moglie infedele. Ma disse una cosa enorme per l'epoca: la Costituzione parla di eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, e le leggi ordinarie dovevano ancora arrivarci. Fino al 1981, va ricordato in una sola riga, il codice avrebbe conservato perfino l'attenuante del delitto d'onore: un capitolo a parte, che qui basta nominare.
Il risultato pratico di quel mondo era sotto gli occhi di tutti: separati in casa per decenni, seconde famiglie clandestine e senza diritti, uomini e donne che emigravano anche per potersi rifare una vita altrove. Per milioni di italiani il tradimento non era l'inizio di un'altra vita: era una condanna a convivere con la fine della propria.
1970, la legge Fortuna-Baslini: cronaca di una battaglia
Nel 1965 un deputato socialista, Loris Fortuna, deposita alla Camera una proposta di legge per introdurre il divorzio. Quasi nessuno ci scommette: proposte simili naufragavano dall'Ottocento, e l'argomento è considerato politicamente radioattivo. Ma fuori dal palazzo qualcosa è cambiato.

Attorno a quella proposta nasce la Lega Italiana per il Divorzio, i radicali di Marco Pannella portano la questione nelle piazze, i giornali cominciano a raccontare le storie dei «fuorilegge del matrimonio»: milioni di separati che vivono nuove unioni senza alcun diritto. Nel 1969 la proposta di Fortuna si salda con quella del liberale Antonio Baslini: da quel momento tutti la chiameranno legge Fortuna-Baslini.
La battaglia parlamentare è durissima. La Democrazia Cristiana si oppone, il mondo cattolico parla di famiglia in pericolo, i partiti laici tengono il punto. Si vota articolo per articolo, tra ostruzionismi e sedute notturne che finiscono all'alba. Il 1° dicembre 1970 la Camera approva in via definitiva la legge n. 898: il divorzio è legge dello Stato.
Non è un liberi tutti. Le condizioni sono severe e i tempi lunghi: serve una lunga separazione prima di poter sciogliere il matrimonio. Ma la porta, per la prima volta nella storia dell'Italia unita, esiste. Nei mesi successivi i tribunali si riempiono di domande arretrate da una vita: coppie separate da vent'anni che finalmente possono chiudere un capitolo e aprirne un altro.
Il referendum del 1974: il Paese va alle urne
La legge era passata, ma la partita non era chiusa. Il mondo cattolico raccoglie le firme per abrogarla e il 12 e 13 maggio 1974 gli italiani sono chiamati a decidere se cancellare il divorzio. È il primo referendum abrogativo della storia repubblicana, e diventa una resa dei conti tra due idee di Paese.

La campagna elettorale è di quelle che non si dimenticano. Amintore Fanfani gira l'Italia evocando scenari da fine della famiglia, dai pulpiti si invita a votare per l'abrogazione, sui muri delle città i manifesti si fronteggiano strada per strada. Sul fronte opposto si ritrovano laici, socialisti, comunisti e radicali, insieme a un pezzo di elettorato cattolico che, semplicemente, non se la sente di riportare indietro l'orologio.
«Avevo ventitré anni e in casa mia non si parlava d'altro. Mio padre ripeteva che il divorzio avrebbe distrutto la famiglia. Mia madre andò a votare No senza dirglielo: lo confessò a tavola dieci anni dopo, e lui si mise a ridere.» — Giancarlo, 75 anni, Bologna
Il risultato sorprende quasi tutti, a cominciare da chi il referendum lo aveva voluto: il No all'abrogazione vince con una maggioranza netta, e il divorzio resta. Quel voto fotografa un'Italia già cambiata prima delle sue leggi: un Paese che andava in chiesa la domenica ma non accettava più che lo Stato decidesse per sempre della vita affettiva delle persone.
1975: la riforma che riscrisse la famiglia
L'onda del referendum produce un effetto a catena. Nel 1975 il Parlamento approva la riforma del diritto di famiglia, che riscrive da cima a fondo le regole del matrimonio. Il marito smette di essere per legge il «capo della famiglia»: i coniugi diventano uguali, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. La comunione dei beni diventa il regime ordinario e la moglie non è più tenuta a seguire il marito ovunque decida di stabilirsi.

Per il tema che interessa a noi, il punto chiave è un altro: la fedeltà diventa un obbligo reciproco, scritto nero su bianco nell'articolo 143 del Codice Civile, identico per lui e per lei. E la vecchia separazione «per colpa» lascia il posto alla separazione con addebito prevista dall'articolo 151: il giudice può dichiarare a quale coniuge è addebitabile la fine del matrimonio, con conseguenze economiche pesanti per chi ha violato i propri doveri.
È un cambio di paradigma. Chi tradisce non commette più un reato: viola un dovere coniugale, e ne risponde sul piano civile. Il baricentro si sposta dal castigo alla responsabilità. Per l'uomo che scopriva un tradimento, il percorso cambia faccia: non più la denuncia ai carabinieri, ma l'avvocato, la separazione, l'eventuale richiesta di addebito.
Attorno alle norme, intanto, cambia il costume: le donne entrano in massa nel mondo del lavoro e l'indipendenza economica rende possibile ciò che prima era impensabile — andarsene. La famiglia italiana del 1985 somiglia poco a quella del 1965, e le leggi, per una volta, hanno accompagnato la realtà invece di negarla.
Dal divorzio-maratona al divorzio breve del 2015
Restava il nodo del tempo. La legge del 1970 pretendeva cinque anni di separazione ininterrotta prima di poter chiedere il divorzio: un'attesa pensata per scoraggiare, che trasformava ogni fine in una maratona. Nel 1987 il legislatore accorcia l'attesa a tre anni, e per quasi trent'anni la regola resta quella: chi chiudeva un matrimonio doveva mettere in conto anni di limbo tra separazione, udienze e sentenza.

La svolta arriva nel 2015 con il cosiddetto divorzio breve: bastano dodici mesi di separazione in caso di procedura giudiziale, sei mesi se consensuale. Nel frattempo sono nate anche strade extragiudiziali, dalla negoziazione assistita tra avvocati agli accordi conclusi direttamente in Comune nei casi più semplici. Un percorso che negli anni Settanta durava un decennio oggi può chiudersi nel giro di pochi mesi.
Messe in fila, le epoche raccontano tre mondi diversi per chi scopriva un tradimento:
- Nel 1960: nessun divorzio possibile. Solo la separazione, restando legati a vita, con la moglie infedele che rischiava perfino una condanna penale.
- Nel 1980: divorzio possibile, ma dopo anni di separazione e di aule di tribunale. Molti rinunciavano per sfinimento, o per i costi.
- Oggi: separazione con eventuale richiesta di addebito per la violazione dell'obbligo di fedeltà, e divorzio dopo sei o dodici mesi.
«Mio zio si separò nel 1972, quando io ero bambino: aspettò cinque anni per chiedere il divorzio e altri due per la sentenza. Io ho chiuso il mio matrimonio nel 2019, dopo aver scoperto una relazione che andava avanti da tre anni: sei mesi dopo la separazione consensuale ero divorziato. Stessa città, stesso tribunale, due mondi.» — Sergio, 63 anni, Torino
Non tutto, però, si è velocizzato: il dolore ha gli stessi tempi di sempre. Ciò che è cambiato è che la legge ha smesso di aggiungere anni di gabbia a una ferita già aperta.
Conclusione
La parabola si chiude con un dato che avrebbe stupito sia Fortuna sia Fanfani: conquistato il diritto di divorziare, gli italiani lo usano sempre meno. Secondo l'ISTAT, i divorzi del 2023 risultano in calo del 19,4% rispetto al picco del 2016, quando furono 99.071; nel 2024 se ne contano 77.364. Non perché i matrimoni siano diventati all'improvviso più solidi, ma perché ci si sposa meno, più tardi, e spesso si convive senza passare dal municipio.

Resta il senso di questa lunga storia. In cinquant'anni l'Italia è passata da un Paese in cui la moglie infedele rischiava il carcere e il marito tradito restava incatenato a vita, a un Paese in cui chi subisce un tradimento può scegliere: ricostruire, separarsi, chiedere l'addebito, divorziare in pochi mesi. La vera conquista non è il divorzio in sé: è la possibilità di decidere della propria vita.
Chi ha vissuto quella trasformazione lo sa meglio di chiunque altro. Il matrimonio «per sempre» imposto per legge non teneva insieme le famiglie: teneva insieme le apparenze. Oggi chi resta accanto alla stessa persona lo fa perché lo sceglie, giorno dopo giorno. Ed è forse questa, a conti fatti, l'eredità più preziosa di una battaglia cominciata più di mezzo secolo fa.

