I matrimoni in calo in Italia sono ormai la normalità statistica: ogni anno l'ISTAT fotografa un Paese che si sposa meno, si sposa più tardi e — quando si sposa — firma sempre più spesso un regime patrimoniale che tiene i destini economici ben separati. Dietro i numeri, però, c'è una domanda più scomoda: che cosa è successo alla fiducia di coppia?
Chi ha superato i cinquanta ricorda un'Italia in cui il matrimonio era il passaggio obbligato della vita adulta: si usciva dalla casa dei genitori per entrare in quella coniugale, e tutto il resto veniva dopo. Oggi quel copione non esiste più. E i dati del 2024 raccontano, meglio di qualsiasi editoriale, come è cambiato il patto tra due persone che decidono di stare insieme.
173.272 matrimoni nel 2024: la fotografia ISTAT
Il report ISTAT «Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi» registra 173.272 matrimoni celebrati in Italia nel 2024, il 5,9% in meno rispetto al 2023. Non è un crollo improvviso: è la prosecuzione di una discesa che dura da decenni, con qualche rimbalzo episodico e una tendenza di fondo che non cambia direzione.

Il punto non è che gli italiani abbiano smesso di amarsi. È che il matrimonio ha smesso di essere il prerequisito di tutto il resto. Convivere, avere figli, comprare casa insieme: fino a una generazione fa erano cose che passavano dall'altare o dal municipio. Oggi si fanno prima, dopo, o senza.
Nello stesso anno, sempre secondo l'ISTAT, si contano 75.014 separazioni e 77.364 divorzi. È l'altra metà del ciclo, che merita un discorso a parte; qui interessa l'ingresso, non l'uscita. Perché è all'ingresso che si vede il cambiamento più profondo: chi si sposa oggi lo fa per scelta, non per copione sociale.
E una scelta, a differenza di un copione, si può rimandare, negoziare, condizionare. È esattamente quello che sta succedendo, ed è la chiave per leggere tutti gli altri numeri di questo articolo.
Il tramonto del rito religioso
Dentro il calo generale c'è un dato che pesa più degli altri: i matrimoni religiosi diminuiscono dell'11,4%, quasi il doppio della media. Le nozze civili tengono meglio, e in molte zone del Paese sono ormai la scelta prevalente. Il rito in chiesa — il parroco che conosce la famiglia, le campane, il riso sul sagrato — arretra anno dopo anno.

Per gli uomini che oggi hanno superato i cinquanta, sposarsi in chiesa non era nemmeno una decisione: era il modo in cui ci si sposava. La cerimonia civile era il ripiego dei casi particolari, delle seconde nozze, delle situazioni che il paese giudicava irregolari. Quel mondo si è capovolto nel giro di una generazione, e chi lo ha vissuto se ne accorge ai matrimoni dei figli: sale comunali, ville affittate, riti simbolici scritti dagli sposi. Nessun inginocchiatoio, nessuna omelia.
La lettura più immediata è la secolarizzazione: meno pratica religiosa, meno sacramenti. Ma c'è qualcosa di più sottile. Il matrimonio religioso metteva la promessa dentro una cornice più grande dei due sposi: Dio, la comunità, le famiglie schierate sui banchi. Rompere quella promessa significava rompere qualcosa davanti a tutti.
Il matrimonio di oggi è un patto a due, senza garanti esterni. Nessuno ti obbliga, nessuno ti sorveglia — e proprio per questo la promessa vale esattamente quanto valgono le due persone che la fanno. È una promessa più libera e insieme più fragile: quando i due smettono di crederci, non c'è più niente intorno che la tenga in piedi.
Separazione dei beni: il 74,8% si sposa già pronto al peggio
Il dato più eloquente del report ISTAT non riguarda quanti si sposano, ma come. Il 74,8% delle coppie sposate nel 2024 sceglie la separazione dei beni; nel 1995 era il 40,9%. In trent'anni il rapporto si è rovesciato: la comunione, che era la regola, è diventata l'eccezione.

La comunione dei beni apparteneva a un modello preciso: due vite che si fondono, un patrimonio unico, un destino condiviso nel bene e nel male. La separazione dei beni dice un'altra cosa: ti amo, ti sposo, ma quello che è mio resta mio. È una clausola d'uscita firmata il giorno dell'ingresso.
Nella vita quotidiana, per la verità, cambia poco: lo stipendio di ciascuno resta suo, la casa è di chi l'ha comprata, i risparmi non si mescolano automaticamente. La differenza vera si vede nei momenti di rottura — una separazione, un fallimento, un'eredità contesa — ed è proprio lì che il regime scelto vent'anni prima decide chi perde cosa.
Le ragioni pratiche esistono, e sono serie. Coppie in cui lavorano entrambi, partite IVA, imprese familiari da proteggere dai rischi dell'attività: gli avvocati matrimonialisti consigliano la separazione dei beni quasi per abitudine, perché semplifica la vita fiscale e patrimoniale — e, va detto, semplifica anche l'eventuale fine.
Ma la lettura culturale resta impressionante: tre coppie su quattro entrano nel matrimonio con il paracadute già indossato. Non è cinismo, è realismo, dicono i professionisti del settore. La domanda vera è un'altra: quando il realismo smette di essere prudenza e comincia a somigliare a una profezia?
Ci si sposa più tardi: da tappa obbligata a scelta ponderata
L'altro grande cambiamento non sta nei numeri assoluti ma nel calendario. Ci si sposa sempre più avanti negli anni, dopo convivenze lunghe, carriere avviate, a volte dopo figli già nati. Il matrimonio non apre più la vita adulta: la certifica a metà percorso, quando ormai la coppia esiste da tempo.

Chi si è sposato negli anni Settanta o Ottanta è entrato nel matrimonio da giovane, spesso passando direttamente dalla casa dei genitori a quella coniugale, senza prove generali. Oggi le nozze arrivano dopo che la coppia ha già superato gli esami che una volta si affrontavano da sposati: la convivenza, i conti condivisi, le prime crisi vere.
«Mio figlio si è sposato l'anno scorso, dopo dieci anni di convivenza e con la separazione dei beni firmata dal notaio. Io e sua madre ci siamo sposati che ci conoscevamo da due anni e non avevamo niente, nemmeno la macchina. Ancora non so chi dei due abbia avuto più coraggio.» — Giancarlo, 58 anni, Verona
La differenza è tutta qui. Il matrimonio di ieri era un atto di fede: ci si buttava, e la fiducia si costruiva dopo, per necessità. Quello di oggi è un atto di verifica: prima si controlla che funzioni, poi si firma. Meno romantico, forse. Ma anche molto meno cieco.
C'è però un rovescio della medaglia. Chi si sposa dopo tanti anni insieme conosce già i difetti dell'altro e non potrà mai dire «non lo sapevo». La promessa è più informata — e proprio per questo, quando viene tradita, brucia in un modo diverso: non crolla un'illusione, crolla una certezza costruita con anni di prove.
Meno promesse, meno tradimenti? Il paradosso della fiducia
Qui il quadro si fa interessante. Mentre i matrimoni calano, cala anche il tradimento dichiarato: secondo l'Osservatorio sull'infedeltà 2025 di Gleeden, condotto con YouGov, circa 4 italiani su 10 ammettono di aver tradito almeno una volta, un dato in discesa rispetto alle rilevazioni degli anni precedenti.

Le due curve potrebbero non essere estranee l'una all'altra. Se il matrimonio non è più un obbligo sociale, all'altare arrivano soprattutto le coppie che ci credono davvero: meno matrimoni per inerzia, meno matrimoni sbagliati in partenza, meno terreno fertile per l'infedeltà. La selezione all'ingresso alza la qualità media di ciò che entra.
Ed emerge il paradosso della coppia italiana contemporanea: la stessa generazione che firma la separazione dei beni dal notaio — mettendo per iscritto la possibilità concreta della fine — dichiara al tempo stesso, nello stesso osservatorio, di ritenere possibile la fedeltà a una sola persona per tutta la vita. Prepararsi al peggio e credere nel meglio, contemporaneamente.
Chi lavora ogni giorno con le storie di coppia lo vede di continuo: l'infedeltà raramente nasce dentro matrimoni scelti con lucidità e mantenuti con cura. Nasce molto più spesso dentro le unioni trascinate, quelle firmate perché «era ora», perché lo volevano le famiglie, perché tutti gli amici lo avevano già fatto. Se quel tipo di matrimonio sparisce dalle statistiche, sparisce anche una parte dei tradimenti che generava.
Forse non è incoerenza. Forse è la forma adulta della fiducia: non «mi fido perché devo», ma «mi fido pur sapendo che potrebbe finire». Una fiducia con gli occhi aperti, che nessun contratto può sostituire — ma che nessun contratto, da solo, può nemmeno rovinare.
Conclusione
I numeri ISTAT del 2024 — 173.272 matrimoni, rito religioso in ritirata, separazione dei beni al 74,8% — non raccontano la morte del matrimonio. Raccontano la fine del matrimonio come destino e la sua trasformazione in scelta: più rara, più tardiva, più protetta da clausole.

La coppia italiana non è meno seria di quella di ieri: è meno ingenua. Firma dal notaio, convive prima, verifica poi. E quando alla fine si sposa, lo fa sapendo esattamente che cosa rischia e a che cosa rinuncia. Il calo dei matrimoni, letto così, non misura la sfiducia nell'amore: misura la fine dell'obbligo di dimostrarlo con un rito.
Per chi appartiene alla generazione della comunione dei beni e del matrimonio in chiesa, tutto questo può sembrare freddo, quasi contabile. Vale la pena rovesciare lo sguardo: una promessa fatta senza obblighi, senza pressioni e con piena coscienza dei rischi è forse la promessa più seria che si possa fare. Il problema non è mai stato il contratto. È sempre stato, e resta, quello che due persone si dicono quando nessun notaio le sta ascoltando.

