I numeri più recenti su separazioni e divorzi in Italia raccontano una storia che quasi nessuno si aspetta: non è vero che ci si lascia sempre di più. I dati ufficiali dicono l'opposto — ci si sposa meno, ci si separa meno e si divorzia meno. Ma dietro il calo generale si muovono cambiamenti profondi nel modo in cui gli italiani vivono il matrimonio e, soprattutto, la sua fine.
C'è chi legge in queste cifre un segnale di stabilità ritrovata e chi, più realisticamente, vede coppie che all'altare non ci arrivano proprio. Vediamo cosa dicono davvero i report ISTAT sul 2023 e sul 2024, e cosa significano per chi oggi sta valutando una separazione.
Ci si sposa sempre meno, e sempre meno in chiesa
Il punto di partenza obbligato è il matrimonio, perché senza matrimoni non esistono né separazioni né divorzi. Secondo il report ISTAT su matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi, nel 2024 sono stati celebrati 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023. Non un episodio isolato, ma la prosecuzione di una discesa che dura da decenni.

Ancora più netto il crollo dei matrimoni religiosi, che nello stesso anno segnano un −11,4%. Il rito in chiesa, che per generazioni è stato la norma sociale prima ancora che una scelta di fede, sta diventando un'opzione tra le altre. Chi si è sposato negli anni Ottanta o Novanta ricorda un'Italia in cui il municipio era l'eccezione e il pranzo di nozze un evento di paese: oggi quel mondo non esiste più.
Le ragioni sono note a chiunque abbia figli adulti: si convive di più e più a lungo, ci si sposa più tardi, molte coppie non formalizzano mai il legame. Il risultato pratico è quasi matematico: meno matrimoni oggi significano meno separazioni e meno divorzi domani. È il primo filtro da tenere a mente quando si leggono i dati che seguono.
Separazioni e divorzi in calo: cosa dicono i dati ISTAT
Veniamo al cuore della questione. Nel 2024 l'ISTAT registra 75.014 separazioni, in calo del 9,0%, e 77.364 divorzi, in calo del 3,1% rispetto all'anno precedente. Nel 2023 le separazioni erano state 82.392 e i divorzi 79.875. La direzione è chiara: entrambe le curve scendono, e quella delle separazioni scende più in fretta.
Il confronto più eloquente è con il passato recente: i divorzi del 2023 risultano inferiori del 19,4% rispetto al picco del 2016, quando se ne contarono 99.071. Quel record non fotografava un'improvvisa epidemia di crisi coniugali, ma un effetto tecnico: la legge sul divorzio breve del 2015 aveva accorciato drasticamente i tempi di attesa, e in pochi anni migliaia di coppie che aspettavano da tempo hanno finalmente chiuso. Smaltita l'onda, i numeri si sono assestati su livelli più bassi.
Attenzione però a non scambiare questo calo per un ritorno alla stabilità coniugale. Meno divorzi non significa automaticamente più coppie felici: significa anche meno matrimoni da sciogliere e più convivenze che finiscono senza passare da un tribunale, quindi senza lasciare traccia in nessuna statistica. La sofferenza di una relazione che si spezza, quella, non compare in nessuna tabella.
Il boom della separazione in Comune: oltre 32.000 coppie in un anno
Dentro il quadro generale c'è un dato che racconta una piccola rivoluzione pratica. Nel 2023, secondo l'ISTAT, 13.833 separazioni e 19.021 divorzi sono stati conclusi direttamente in Comune, davanti all'ufficiale di stato civile, senza mettere piede in tribunale. Sommati, fanno oltre 32.000 accordi extragiudiziali in dodici mesi.

La procedura in Comune esiste da circa un decennio ed è pensata per i casi più lineari: in termini generali, richiede che i coniugi siano d'accordo su tutto, che non ci siano figli minorenni o non autosufficienti e che l'intesa non contenga trasferimenti patrimoniali. In cambio offre un percorso più rapido e più economico rispetto alle vie tradizionali.
Il successo di questa strada dice qualcosa di importante sul modo in cui gli italiani si lasciano: quando è possibile, si preferisce chiudere in modo civile, veloce e riservato. La separazione smette di essere per forza una guerra e diventa, per molte coppie, una pratica dolorosa ma gestibile.
«Dopo trentadue anni di matrimonio pensavo che il tribunale fosse l'unica strada: avvocati, udienze, anni di attesa. Quando abbiamo scoperto che potevamo chiudere tutto in Comune, di comune accordo, mi sono tolto un peso che mi schiacciava da mesi.» — Franco, 61 anni, Brescia
Separazione dei beni: il termometro culturale del matrimonio
C'è poi un numero che parla del matrimonio prima ancora che della sua fine. Tra le coppie sposate nel 2024, il 74,8% ha scelto la separazione dei beni. Nel 1995 la sceglieva il 40,9%: in trent'anni il rapporto si è ribaltato, e la comunione — che la legge prevede come regime ordinario — è diventata la scelta di minoranza.

Cosa significa? Che al matrimonio si arriva più tardi, spesso con un patrimonio già costruito, un'attività avviata, a volte figli nati da una relazione precedente. E che è maturata una consapevolezza che le generazioni precedenti preferivano non nominare nemmeno: il matrimonio può finire, e conviene pensarci prima, quando ci si vuole ancora bene, non dopo, quando ci si parla solo attraverso gli avvocati.
Per gli uomini oltre i cinquant'anni che si risposano dopo un divorzio, la separazione dei beni è ormai quasi una regola non scritta: protegge i figli del primo matrimonio, semplifica un'eventuale nuova rottura, evita di mescolare patrimoni costruiti in vite diverse. Non è cinismo: è la stessa logica pragmatica che spinge decine di migliaia di coppie a chiudere in Comune invece che in aula.
Cosa c'entra il tradimento con questi numeri
Le statistiche ISTAT contano quante coppie si separano, non perché lo fanno. L'infedeltà resta però una delle crepe più frequenti dietro una separazione, ed è interessante incrociare i dati: secondo l'Osservatorio sull'infedeltà 2025 di Gleeden, condotto con YouGov, circa 4 italiani su 10 dichiarano di aver tradito almeno una volta, un dato in calo rispetto al 45% del 2022 e al 44% del 2019. Meno matrimoni, meno divorzi e — almeno sulla carta — anche meno tradimenti dichiarati.

Sul piano giuridico, però, vale una precisazione che molti scoprono troppo tardi: il tradimento da solo non decide una separazione. Chi chiede l'addebito — cioè l'attribuzione formale della responsabilità della rottura, con le sue conseguenze economiche — deve provare non solo l'infedeltà, ma anche il nesso causale tra quel tradimento e la fine della convivenza. La giurisprudenza della Cassazione è costante su questo punto: se la crisi era già irreversibile prima della scappatella, l'addebito non scatta.
Tradotto in pratica: chi sta vivendo un tradimento e pensa alla separazione farebbe bene a non muoversi d'impulso. Le prove contano, il contesto conta, e la differenza tra una separazione consensuale e una guerra giudiziale si gioca spesso proprio su come si gestiscono le prime settimane dopo la scoperta.
Consensuale, giudiziale o in Comune: come orientarsi
Per chi sta valutando la separazione, i numeri visti finora hanno un risvolto molto concreto: oggi esistono più strade, e non sono tutte uguali. In termini generali, i percorsi sono tre.

- La separazione consensuale: i coniugi trovano un accordo su tutto — casa, mantenimento, figli — e lo formalizzano davanti al giudice o con la negoziazione assistita dagli avvocati. È la via più rapida e meno logorante tra quelle adatte anche a chi ha figli minori o questioni patrimoniali articolate.
- La separazione giudiziale: quando l'accordo non c'è, decide il tribunale. È il percorso più lungo e più pesante, sul piano economico ed emotivo, ma è anche l'unico in cui si può chiedere l'addebito, per esempio in caso di infedeltà provata.
- La procedura in Comune: riservata ai casi senza figli minorenni o non autosufficienti e senza trasferimenti patrimoniali, è la più snella di tutte, come dimostrano le oltre 32.000 coppie che l'hanno scelta nel 2023.
Gli avvocati matrimonialisti consigliano quasi sempre di tentare prima la strada dell'accordo, anche partendo da posizioni lontane: il contenzioso conviene di rado, e quasi mai a chi ha figli. La scelta del percorso, in ogni caso, va costruita su misura con un professionista, perché ogni situazione — patrimonio, figli, casa coniugale — cambia le carte in tavola.
Conclusione
Il quadro che emerge dai dati ISTAT è quello di un Paese che ha cambiato il suo rapporto con il matrimonio: ci si sposa meno, ci si separa meno, e quando ci si lascia lo si fa in modo più pragmatico. Il boom delle procedure in Comune e il sorpasso della separazione dei beni raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: gli italiani hanno smesso di considerare il matrimonio indissolubile e hanno iniziato a gestirne l'intero ciclo — nascita, vita e fine — con realismo.

Per chi sta attraversando una crisi, questi numeri contengono una notizia buona e una scomoda. Quella buona: separarsi oggi può essere meno devastante di vent'anni fa, perché esistono percorsi più rapidi, più economici e meno conflittuali. Quella scomoda: nessuna statistica dirà mai se la tua coppia può ancora salvarsi. Quello resta un lavoro da fare a mente fredda, possibilmente prima di firmare qualsiasi carta — e, se c'è di mezzo un tradimento, con la consapevolezza che le emozioni delle prime settimane sono la peggiore guida per decisioni che peseranno per decenni.

