Credere nella fedeltà, in Italia, non è più un pensiero da nostalgici: è la convinzione dichiarata soprattutto dei più giovani. Secondo l'Osservatorio sull'infedeltà 2025 di Gleeden, condotto con YouGov, oltre l'80% degli italiani ritiene possibile restare fedeli alla stessa persona per tutta la vita. E il dettaglio che spiazza è generazionale: tra i Gen Z la percentuale sale all'88%.
Sono proprio loro — i ragazzi delle app di incontri, delle relazioni che «non si etichettano», dei rapporti nati e finiti in chat — a credere nella monogamia più di chiunque altro. Per chi ha superato i cinquanta ed è cresciuto con ben altri modelli, questo numero merita più di un'alzata di sopracciglio. Merita una riflessione vera.
Il dato che ribalta i luoghi comuni
L'immagine corrente della Gen Z è quella di una generazione allergica all'impegno: storie che non si definiscono mai, il ghosting al posto delle spiegazioni, un catalogo infinito di alternative a portata di pollice. I numeri raccontano l'esatto contrario.

Nell'indagine Gleeden/YouGov la fascia più giovane è quella con la fiducia più alta nella possibilità di amare la stessa persona per sempre: l'88%, contro il già sorprendente 80% e oltre della media nazionale. Lo scarto non è enorme, ma la direzione sì: la fede nella monogamia cresce man mano che l'età scende.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché il dato rovescia una convinzione che chi ha cinquanta o sessant'anni si porta dietro da decenni: l'idea che ogni nuova generazione sia più cinica della precedente in fatto di coppia. Noi guardavamo i nostri genitori e li trovavamo rigidi; i nostri figli guardano noi e, a quanto pare, trovano che abbiamo creduto troppo poco nell'amore che dura.
C'è anche una lettura biografica che i terapeuti di coppia conoscono bene: molti ventenni di oggi sono figli delle separazioni. Hanno visto da vicino i weekend alternati, le case dimezzate, i silenzi carichi al telefono. La loro fiducia nella fedeltà non è l'ingenuità di chi non ha mai visto un naufragio: è la scelta di chi il naufragio l'ha attraversato da passeggero e ha deciso che, quando toccherà a lui stare al timone, farà diversamente.
Non solo parole: i più giovani tradiscono anche meno
Si potrebbe obiettare che dichiarare fiducia nella fedeltà costa poco, soprattutto a vent'anni, quando le occasioni di metterla alla prova sono ancora davanti e non alle spalle. Ma lo stesso Osservatorio Gleeden/YouGov aggiunge il secondo tassello: solo il 23% dei Gen Z ammette di aver tradito almeno una volta. Tre anni prima, nel 2022, era il 34%. Undici punti in meno.

È questa coerenza tra valori dichiarati e comportamento raccontato a rendere il fenomeno interessante. Non siamo davanti a ragazzi che predicano bene e razzolano male: la generazione che più crede nella monogamia è anche quella che meno ammette di averla violata. Le due curve si muovono nella stessa direzione, e questo raramente accade per caso.
Per completezza di contesto va detto che l'intero Paese, nei dati dichiarati, tradisce meno: circa 4 italiani su 10 ammettono un'infedeltà, contro il 45% del 2022 e il 44% del 2019. Ma il calo generale — le sue cause, i suoi tempi, il suo significato — è un discorso a sé, che merita uno spazio proprio. Qui la domanda è un'altra: non quanto si tradisce, ma in che cosa si crede. E su questo terreno i più giovani non si limitano a seguire il trend: lo guidano.
Una cautela d'obbligo: sono autodichiarazioni, e chi studia il fenomeno sa che su questi temi le persone tendono a raccontarsi migliori di come sono. Ma la cautela vale per tutte le generazioni allo stesso modo. Il divario generazionale, quello, resta intatto.
Idealismo o asticella più alta? Quando anche il flirt conta
C'è un dettaglio che complica — e arricchisce — il quadro. Per circa 9 italiani su 10, rileva ancora l'Osservatorio Gleeden/YouGov, l'infedeltà non si esaurisce nel rapporto fisico: comprende anche il sexting e il flirt aperto. La soglia del tradimento, insomma, si è spostata molto più indietro rispetto alla camera d'albergo.

Qui le letture possibili sono due, e non si escludono a vicenda.
La prima è l'idealismo romantico: i giovani credono nella fedeltà a vita perché non l'hanno ancora messa alla prova su vent'anni di bollette, figli, malattie e stanchezze accumulate. È la lettura più comoda per chi ha i capelli grigi, e contiene senz'altro una parte di verità: a venticinque anni il «per sempre» è un orizzonte, a sessanta è un bilancio.
La seconda è più scomoda e più interessante: gli standard si sono alzati. Se anche una chat ambigua conta come tradimento, allora credere nella fedeltà per tutta la vita significa credere in una fedeltà totale, molto più esigente di quella che si chiedeva ai matrimoni di quarant'anni fa — dove contava soprattutto non farsi scoprire. I ventenni non stanno abbassando l'asticella per poterci credere più facilmente: la stanno alzando, e ci credono lo stesso.
Messe insieme, le due letture disegnano una generazione che non considera la monogamia un vincolo sociale da subire, ma un progetto ambizioso da scegliere. Ed è forse questo il punto che a un lettore di cinquant'anni dice di più.
Cresciuti con altri modelli: l'Italia che abbiamo visto noi
Chi oggi ha superato i cinquanta è cresciuto in un Paese che raccontava il tradimento in tutt'altro modo. Basta un dato storico a inquadrare l'epoca: fino al 1968 l'adulterio in Italia era un reato — ma soltanto per la moglie. Fu la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 126 di quell'anno, a cancellare quella disparità. Chi è nato negli anni Sessanta ha genitori che si sono sposati sotto quella legge.

Poi c'era il racconto culturale: la commedia all'italiana con l'amante nell'armadio, la «scappatella» maschile narrata con un sorriso complice, il doppio standard per cui lo stesso gesto era goliardia per lui e vergogna per lei. La fedeltà era un'istituzione da rispettare in pubblico, più che una scelta da coltivare in privato.
«Alla mia età posso ammetterlo: da ragazzi, tra amici, chi aveva un'avventura quasi se ne vantava. Non era cattiveria, era il copione che ci avevano consegnato. Mio figlio ha ventisei anni e con la sua ragazza si dicono tutto, anche le cose scomode. All'inizio mi sembrava debolezza. Adesso penso che sia coraggio.» — Franco, 58 anni, Bologna
Il confronto non serve a stabilire chi sia migliore. Serve a capire che la fedeltà in cui credono i Gen Z non è quella che abbiamo conosciuto noi: non è la facciata da mantenere davanti ai parenti, ma un accordo esplicito tra due persone che si sono dette che cosa si aspettano l'una dall'altra. Meno ipocrisia, più parole. E a molti matrimoni della nostra generazione, le parole, sono mancate — lo sappiamo bene.
Cosa può imparare una coppia di lunga data
La tentazione, davanti a questi numeri, è liquidarli con un sorriso: «Vedremo tra vent'anni». Legittimo. Ma è più utile chiedersi che cosa una coppia sposata da venti o trent'anni possa prendere in prestito da questo modo nuovo di intendere la fedeltà.

- Ridefinire insieme che cosa conta come tradimento. Il patto implicito firmato negli anni Novanta non prevedeva smartphone, chat e vecchie fiamme che ricompaiono sui social. Se per 9 italiani su 10 anche il flirt digitale è infedeltà, vale la pena scoprire se il proprio partner la pensa così — prima di scoprirlo nel modo peggiore.
- Trattare la fedeltà come scelta, non come inerzia. Dopo trent'anni è facile confondere la fedeltà con l'abitudine. I giovani la trattano come una decisione da rinnovare: una prospettiva che restituisce valore anche a chi la rinnova da decenni senza dirselo mai.
- Parlare delle tentazioni prima, non dopo. I terapeuti di coppia osservano che le coppie capaci di nominare l'attrazione per altre persone senza farne un dramma sono anche quelle che più raramente arrivano al tradimento consumato.
- Non deridere l'idealismo dei figli. Chi ha figli o nipoti ventenni ha davanti un'occasione: chiedere, ascoltare, confrontarsi. Ne escono conversazioni che dicono molto anche del proprio matrimonio.
«Dopo trentadue anni di matrimonio pensavo che io e mia moglie sapessimo tutto l'uno dell'altra. Una sera le ho chiesto, quasi per gioco, che cosa considerasse un tradimento. Le nostre risposte non coincidevano. Ne abbiamo parlato fino a notte fonda: era da anni che non mi sentivo così vicino a lei.» — Giorgio, 61 anni, Salerno
Il punto non è imitare i ventenni. È accorgersi che la domanda che loro si fanno all'inizio del percorso — che cosa significa esserti fedele? — una coppia di lunga data può farsela a qualunque chilometraggio. E spesso è proprio la domanda che riaccende il motore.
Conclusione
L'88% dei Gen Z che crede nella fedeltà per tutta la vita non è una moda passeggera né un'illusione statistica: è il segnale di un cambiamento culturale che i dati Gleeden/YouGov fotografano con nitidezza. I più giovani credono nella monogamia più dei loro padri, ammettono di tradire meno di quanto la loro stessa generazione facesse solo pochi anni fa e, allo stesso tempo, hanno alzato l'asticella di che cosa significhi tradire.

Per la generazione dei cinquantenni e dei sessantenni, cresciuta tra il doppio standard e le scappatelle raccontate a mezza voce, il messaggio è duplice. Il primo: la fedeltà a vita, quella in cui molti hanno smesso di credere per disincanto, torna a essere un progetto credibile — e lo dicono proprio quelli che avrebbero tutte le ragioni anagrafiche per non crederci. Il secondo: quella fedeltà non si regge più sul silenzio e sulla facciata, ma sulle parole. Su patti espliciti, confini dichiarati, domande scomode fatte a tavola invece che in tribunale.
Una coppia di lunga data non deve diventare Gen Z per approfittarne. Basta rubare il metodo: chiedersi, ogni tanto, che cosa significa restare fedeli — e avere il coraggio di ascoltare la risposta. Il resto, come sanno bene i ragazzi dell'88%, non è romanticismo. È lavoro quotidiano. Ed è, forse, la forma più adulta dell'amore.

