Le donne che tradiscono di più degli uomini non sono più un'ipotesi da talk show: sotto i 30 anni il sorpasso è già avvenuto, ed è registrato da una delle indagini sociali più longeve e citate al mondo. Non parliamo di sensazioni, di aneddoti raccolti al bar o di titoli acchiappaclic. Parliamo di un dato asciutto, quasi noioso nella sua precisione, che però racconta un cambiamento epocale nel modo in cui uomini e donne vivono la fedeltà.
Per generazioni la domanda «chi tradisce di più?» ha avuto una risposta scontata: gli uomini, e di parecchio. Quella risposta resta vera se si guarda all'intero arco della vita. Ma se si isola la fascia più giovane, il quadro si ribalta. E capire perché si ribalta dice molto anche a chi giovane non lo è più, e magari è sposato da trent'anni con una donna cresciuta in un'Italia completamente diversa.
Il sorpasso: cosa dicono i numeri sotto i 30 anni
Il dato chiave arriva dal General Social Survey, la grande indagine sociale americana, nell'analisi curata dall'Institute for Family Studies: tra i 18-29enni sono le donne a dichiarare più infedeltà degli uomini, 11% contro 10%. Un solo punto percentuale. Sembra niente, e invece è uno spartiacque: per la prima volta, in una fascia d'età, la gerarchia storica del tradimento si inverte.
Per misurare quanto sia anomalo questo dato, basta allargare lo sguardo. La stessa fonte, sull'intero arco della vita, fotografa il mondo che conosciamo da sempre: il 20% degli uomini sposati dichiara di aver avuto rapporti extraconiugali, contro il 13% delle donne. Sette punti di distacco. Un divario che si è costruito in decenni di matrimoni, di ruoli rigidi, di doppie morali.
Messi in fila, i due numeri raccontano una traiettoria precisa. Nelle generazioni più anziane il tradimento maschile domina; man mano che si scende con l'età, il divario si assottiglia; sotto i 30 anni si chiude del tutto e, per un soffio, si inverte. Non è un'esplosione dell'infedeltà femminile: è una convergenza. Le giovani donne non tradiscono come forsennate — dichiarano di tradire quanto i loro coetanei, più o meno una su nove.
Attenzione a un dettaglio che spesso si perde: si tratta di infedeltà dichiarata. Le persone rispondono a un questionario, e ammettere un tradimento non è mai neutro. Su questo punto torneremo, perché è la chiave per leggere davvero il sorpasso.
Come si è chiuso il divario: tre spinte generazionali
Perché proprio ora, e proprio in questa generazione? I sociologi e i terapeuti di coppia convergono su tre spiegazioni, che agiscono insieme.

La prima è l'emancipazione economica. Il tradimento maschile del Novecento poggiava anche su un fatto banale: l'uomo aveva stipendio, automobile, trasferte e libertà di movimento; la moglie spesso no. Una donna economicamente dipendente rischiava tutto, un uomo quasi niente. Le under 30 di oggi lavorano, viaggiano, hanno una vita sociale autonoma: le condizioni materiali dell'infedeltà si sono pareggiate.
La seconda sono le occasioni. Ufficio misto, palestra, trasferte, e soprattutto lo smartphone: la possibilità di coltivare una relazione parallela non passa più dal bar sotto casa, dove tutti ti conoscono, ma da uno schermo privato. E lo schermo non fa distinzioni di genere. Dove le occasioni erano asimmetriche, oggi sono identiche.
La terza spinta è la più sottovalutata: lo stigma si è ridotto, soprattutto per le donne. Per una settantenne di oggi, ammettere un tradimento — persino in un questionario anonimo — significa confessare qualcosa che la sua epoca considerava infame per una donna e veniale per un uomo. Basti ricordare che in Italia, fino alla sentenza della Corte Costituzionale n. 126 del 1968, l'adulterio era reato solo per la moglie. Una ventenne di oggi è cresciuta in un mondo dove quella doppia morale, almeno a parole, è caduta.
Tre spinte, un solo effetto: il comportamento — e la disponibilità a raccontarlo — si è allineato tra i sessi.
Dichiarare non è fare: la verità scomoda dei sondaggi
Ogni statistica sull'infedeltà ha un tallone d'Achille: misura le confessioni, non i fatti. E le confessioni dipendono da quanto ci si sente al sicuro nel farle.

Su questo esiste un riscontro sperimentale netto. Uno studio peer-reviewed citato nella letteratura sul tema ha confrontato due modi di porre la stessa domanda: con un'intervista faccia a faccia, la prevalenza annuale di infedeltà rilevata era dell'1,08%; con un'intervista anonima al computer, saliva al 6,13%. Circa sei volte tanto, solo cambiando il grado di riservatezza. La conclusione è inevitabile: i dati dichiarati sottostimano il fenomeno, e lo sottostimano di più dove la vergogna pesa di più.
Applichiamo questa lente al sorpasso under 30. Per decenni la vergogna ha pesato in modo diseguale: fortissima sulle donne, blanda sugli uomini — che in certi ambienti dal tradimento ricavavano perfino prestigio. È quindi plausibile che il divario storico tra il 20% maschile e il 13% femminile sia in parte gonfiato: non solo più tradimenti maschili, ma anche più silenzi femminili.
Il sorpasso generazionale, letto così, cambia natura. Non misura soltanto un cambiamento nei comportamenti: misura anche la fine di un silenzio. Le giovani donne tradiscono forse un po' di più delle loro madri; di sicuro lo ammettono molto di più. Le due cose insieme producono quell'11% che supera il 10% maschile.
Questo non rende il dato meno significativo. Al contrario: una generazione in cui uomini e donne confessano l'infedeltà nella stessa misura è una generazione in cui la doppia morale sta morendo. Anche nelle risposte a un questionario.
E in Italia? Il paradosso della Gen Z
Chi si aspetta che le giovani italiane confermino il sorpasso in modo plateale resterà sorpreso. I dati italiani raccontano una storia più strana, quasi in controtendenza.

Secondo l'Osservatorio sull'infedeltà 2025 di Gleeden, condotto con YouGov, l'infedeltà femminile dichiarata in Italia è al 34%, in calo rispetto al 41% di qualche anno fa. E la Gen Z è la generazione che ammette meno di tutte: solo il 23% dichiara di aver tradito. Altro che sorpasso aggressivo: i più giovani, in Italia, si raccontano come i più fedeli.
Come si tengono insieme i due quadri, quello americano e quello italiano? Primo: misurano cose diverse. Il dato GSS riguarda i rapporti extraconiugali di persone sposate; le indagini italiane fotografano l'infedeltà in ogni tipo di coppia, e i ventenni italiani sposati sono pochissimi. Secondo: la Gen Z ha ridefinito i confini. Per molti giovani anche una chat spinta è già tradimento, e con confini così severi si è più prudenti sia nel farlo sia nel dichiararlo.
Ma il punto centrale resta lo stesso su entrambe le sponde dell'oceano: il divario di genere si sta chiudendo. In America si chiude con le giovani donne che raggiungono e superano di un soffio i coetanei; in Italia si chiude con percentuali femminili e giovanili che convergono verso il basso. La direzione è identica: la differenza tra uomini e donne, davanti alla fedeltà, non è più quella che i cinquantenni hanno imparato da ragazzi.
Cosa significa per chi è sposato da trent'anni
Arriviamo alla domanda che interessa davvero chi legge queste pagine: che cosa c'entra tutto questo con un matrimonio nato negli anni Ottanta o Novanta?

C'entra, e parecchio. Perché il sorpasso under 30 svela retroattivamente qualcosa sui matrimoni di lunga data: il divario storico tra infedeltà maschile e femminile non era natura, era contesto. Non esisteva una lealtà femminile innata e una debolezza maschile congenita: esistevano donne con meno soldi, meno occasioni e molta più paura. Tolti quei tre freni, i comportamenti si sono pareggiati nel giro di una generazione.
Per un uomo di 55 o 60 anni questo ha una conseguenza concreta: la moglie con cui vive oggi non è la donna vincolata di quarant'anni fa. Lavora o ha lavorato, guida, ha il suo telefono, le sue amicizie, la sua indipendenza. I terapeuti di coppia lo osservano da anni: molte crisi tardive nascono proprio quando uno dei due continua a dare per scontato un equilibrio che il mondo, fuori, ha già smontato.
«Per trent'anni ho pensato che certe cose capitassero solo a chi aveva la moglie sbagliata. Poi ho scoperto che mia moglie aveva semplicemente smesso di dirmi le cose, come io avevo smesso di chiederle. Il problema non era la fedeltà, era il silenzio.» — Giancarlo, 58 anni, Bari
Il dato generazionale, paradossalmente, è una buona notizia per i matrimoni maturi: dice che la fedeltà non si eredita e non si presume, si costruisce e si rinegozia. Chi la tratta come un dato acquisito confonde la fedeltà con la mancanza di alternative. Chi la tratta come una scelta quotidiana — da meritare a sessant'anni come a venticinque — gioca la partita che le nuove generazioni hanno reso esplicita.
Conclusione
Il sorpasso è piccolo — un punto percentuale, 11% contro 10% — ma il suo significato è enorme. Sotto i 30 anni, per la prima volta, le donne dichiarano più infedeltà degli uomini, mentre sull'arco della vita il vecchio mondo resiste con il suo 20% maschile contro il 13% femminile. In mezzo ci sono cinquant'anni di emancipazione, di occasioni pareggiate e di vergogna redistribuita.

La lettura onesta non è «le donne sono diventate come gli uomini», e nemmeno «non ci si può più fidare di nessuno». È più sobria: uomini e donne, messi nelle stesse condizioni, si somigliano — nel bene, nel male e nella tentazione. Il divario che le generazioni precedenti scambiavano per virtù femminile era, in buona parte, differenza di potere e di paura.
Per chi è sposato da decenni, la morale non è la diffidenza. È la manutenzione. Un matrimonio lungo non è protetto dall'anagrafe né dall'abitudine: è protetto da due persone che continuano a scegliersi sapendo di poter scegliere altro. Le nuove generazioni, con quel loro sorpasso da un punto percentuale, non hanno inventato niente. Hanno solo smesso di fingere che la bilancia fosse sempre stata in equilibrio.

