Se ti chiedessero chi tradisce di più per età, probabilmente risponderesti senza pensarci troppo: i giovani, ovvio. Cresciuti con le app di incontri, meno affezionati al matrimonio, con più occasioni e meno pazienza. È l'immagine che circola da anni nei bar, nei talk show, nei commenti sui social.
Peccato che i numeri raccontino l'esatto contrario. Il picco dell'infedeltà dichiarata non è tra i ventenni: è tra gli ultrasettantenni. E la generazione che ammette di tradire meno di tutte è proprio quella dipinta come la più libertina, la Gen Z. Una classifica rovesciata, che merita di essere letta riga per riga — con una domanda scomoda sullo sfondo: i giovani tradiscono davvero meno, o semplicemente lo dichiarano meno?
La classifica per generazioni: i numeri che ribaltano i luoghi comuni
Partiamo dai dati più solidi in circolazione: l'analisi dell'Institute for Family Studies sul General Social Survey, la grande indagine sociale americana che da decenni pone a migliaia di persone sposate la stessa domanda diretta — hai mai avuto rapporti al di fuori del matrimonio?

Nel complesso risponde sì il 20% degli uomini e il 13% delle donne. Ma la sorpresa arriva quando il dato viene spacchettato per fasce d'età. Il picco maschile non è tra i trentenni irrequieti né tra i quarantenni in piena crisi di mezza età: è tra i settantenni, con il 26%. Quello femminile è tra le sessantenni, al 16%.
I giovani, che nell'immaginario collettivo salterebbero da un'avventura all'altra, stanno in fondo alla classifica. E il quadro italiano va nella stessa direzione: secondo l'Osservatorio sull'infedeltà 2025 di Gleeden, condotto con YouGov, circa 4 italiani su 10 dichiarano di aver tradito almeno una volta, ma nella Gen Z la quota crolla al 23%.
Messi in fila, questi numeri disegnano una piramide capovolta rispetto a quella dei luoghi comuni: più si sale con l'età, più cresce la percentuale di chi ammette un tradimento. Il giovane farfallone e il pensionato tranquillo, statistiche alla mano, si scambiano il posto.
Perché il picco è tra i più anziani
La prima spiegazione è quasi banale, ma va detta subito: quella domanda misura l'infedeltà nell'arco di tutta la vita. Un settantenne ha alle spalle quaranta o cinquant'anni di vita coniugale in cui poteva capitare; un venticinquenne ne ha cinque. A parità di comportamento, il tempo lavora contro i più anziani: più anni vissuti significano più occasioni accumulate, più crisi attraversate, più momenti di fragilità in cui la tentazione ha bussato.

C'è poi l'effetto dei matrimoni lunghi. Le generazioni nate negli anni Quaranta e Cinquanta si sono sposate presto, spesso giovanissime, e hanno attraversato decenni di matrimonio in un'epoca in cui il divorzio era socialmente costoso, quando non impraticabile. Per una parte di loro il tradimento è stato la valvola di sfogo di un legame che non si poteva sciogliere: si restava sposati, ma non sempre fedeli.
Infine ci sono le norme generazionali. Chi oggi ha settant'anni ha vissuto la giovinezza tra gli anni Sessanta e Settanta, in piena rivoluzione dei costumi, e quella coorte si porta dietro le proprie abitudini man mano che invecchia. Le generazioni non cambiano pelle a ogni compleanno: invecchiano restando, in gran parte, quelle che erano da giovani.
Attenzione però a un equivoco frequente. Il 26% dei settantenni non significa che i settantenni tradiscano oggi più di tutti: significa che, arrivato a settant'anni, un uomo su quattro ha tradito almeno una volta nella vita. Sono due affermazioni molto diverse, e confonderle è il modo più rapido per leggere male tutta la classifica.
18-29 anni: il sorpasso silenzioso delle donne
Dentro questa classifica c'è un dettaglio che da solo vale mezzo articolo. Nella fascia 18-29 anni, secondo la stessa analisi dell'Institute for Family Studies, le donne dichiarano infedeltà leggermente più degli uomini: 11% contro 10%.

Un punto percentuale è poco, e nessuna persona seria ci costruirebbe sopra una teoria definitiva. Ma il segnale resta notevole: in tutte le altre fasce d'età gli uomini dichiarano più delle donne, spesso con distacchi ampi — si pensi ai settantenni, dove il divario è di dieci punti. Tra i più giovani, per la prima volta, il rapporto si inverte.
Le letture possibili sono diverse e non si escludono a vicenda. La maggiore autonomia economica e sociale delle giovani donne, che vivono relazioni più simmetriche di quelle delle loro madri. Il minore stigma nel raccontarsi: ammettere un tradimento costa oggi a una ventenne molto meno di quanto costasse a una donna della generazione precedente. E forse, semplicemente, una maggiore onestà nelle risposte ai sondaggi.
Per il lettore della nostra generazione la conseguenza è interessante: il classico adagio per cui gli uomini tradirebbero il doppio delle donne potrebbe essere, almeno in parte, un artefatto generazionale. Man mano che le coorti più giovani invecchiano, quel divario di genere sembra destinato a restringersi.
Gen Z: più rigorosi e, almeno a parole, più fedeli
Torniamo in Italia, dove l'Osservatorio sull'infedeltà 2025 di Gleeden/YouGov fotografa una Gen Z sorprendente. Solo il 23% ammette di aver tradito, in netto calo rispetto al 34% del 2022. E l'88% crede che si possa restare fedeli alla stessa persona per tutta la vita: la quota più alta tra tutte le generazioni, in un Paese dove già oltre l'80% la pensa così.

Prima di applaudire, però, va notato il paradosso. La stessa indagine rileva che per circa 9 italiani su 10 l'infedeltà comprende anche il sexting e il flirt aperto, non soltanto il tradimento fisico. E i più giovani sono cresciuti dentro questa definizione allargata: per molti di loro conta come tradimento anche ciò che un sessantenne archivierebbe come una sciocchezza da niente.
Questo rende il 23% ancora più notevole. La Gen Z usa l'asticella più severa di tutti — anche una chat ambigua è tradimento — eppure dichiara comunque il tasso più basso. Più rigorosi nella definizione e, stando alle risposte, più fedeli nei fatti.
Le spiegazioni proposte sono plausibili: è la generazione che ha visto da bambina i divorzi dei genitori e ne ha pagato il conto emotivo; che si mette in coppia più tardi e sceglie con più cautela; che parla apertamente di esclusività e di confini prima ancora di fidanzarsi. Ma resta aperta la domanda del sospetto: dichiarano meno perché fanno meno, o perché nella loro bocca la parola tradimento pesa di più ed è più difficile da pronunciare davanti a un questionario?
Quanto possiamo fidarci di questi numeri?
Qui serve un momento di onestà metodologica, perché tutti i dati visti finora condividono lo stesso tallone d'Achille: sono autodichiarazioni. Nessun ricercatore osserva i comportamenti; si chiede alle persone di confessarli a uno sconosciuto.

Quanto pesa questo limite? Uno studio peer-reviewed lo ha misurato direttamente: quando l'intervista avviene in forma anonima al computer, la prevalenza annuale di infedeltà rilevata risulta circa sei volte più alta rispetto alle interviste faccia a faccia — 6,13% contro 1,08%. Tradotto: le persone tradiscono molto più di quanto ammettono, e ammettono molto di più quando nessuno le guarda negli occhi.
Questo non demolisce la classifica generazionale, ma la relativizza. Se la propensione a confessare cambia con l'età — e non abbiamo motivo di escluderlo — i confronti tra generazioni vanno maneggiati con cura. Forse i settantenni sono davvero i più infedeli. O forse sono soltanto i più onesti: a quell'età, che cosa hai ancora da perdere ad ammetterlo a un sondaggista?
All'altro capo della classifica, i giovani potrebbero dichiarare meno per tre ragioni intrecciate: hanno avuto meno tempo per tradire, usano definizioni più severe che rendono la confessione più costosa, oppure tradiscono davvero meno. Con i dati oggi disponibili, separare le tre componenti è impossibile. Chi vi vende certezze su questo punto vi sta vendendo una storia, non una statistica.
Cosa significa per chi ha 50 o 60 anni
Veniamo a noi. Se hai tra i 50 e i 65 anni, la classifica dice una cosa precisa: la tua fascia d'età non è quella al riparo, è quella che si sta avvicinando al picco statistico. Le sessantenni sono al vertice femminile, i settantenni a quello maschile: la traiettoria passa esattamente da dove ti trovi adesso.

La prima reazione, quella sbagliata, è il panico o il sospetto generalizzato. La statistica descrive gruppi, non persone: un 16% di sessantenni che ha tradito significa anche che l'84% non lo ha mai fatto. Nessun numero autorizza a perquisire il telefono del coniuge.
«A 57 anni pensavo che certe cose riguardassero i giovani, i quarantenni al massimo. Poi ho scoperto le chat di mia moglie con un suo ex collega, uno in pensione pure lui. Ho capito che il pericolo, alla nostra età, non va in pensione con noi.» — Franco, 57 anni, Bari
La seconda reazione, quella utile, è guardare che cosa rende vulnerabili proprio questi anni: matrimoni lunghi in cui la routine ha preso il posto del dialogo, il passaggio alla pensione che ridisegna giornate e identità, i figli che escono di casa e lasciano due persone sole a chiedersi che cosa le tenga ancora insieme.
La ricerca di Stavrova e colleghi pubblicata su Psychological Science aggiunge un tassello prezioso: il benessere personale e di coppia comincia a calare già prima che il tradimento avvenga. L'infedeltà, in altre parole, è più spesso il sintomo di una crisi già in corso che un fulmine a ciel sereno. Per un lettore di 55 o 60 anni il messaggio pratico è uno solo: il termometro da tenere d'occhio non è l'età, è lo stato della relazione.
Conclusione
La classifica di chi tradisce di più per età, letta fino in fondo, dice questo: il tradimento dichiarato cresce con gli anni, culmina tra i settantenni per gli uomini e le sessantenni per le donne, e lascia i giovani in coda — con l'anomalia delle 18-29enni, leggermente sopra i coetanei maschi.

Ma la lezione vera non sta nella graduatoria: sta nel modo di leggerla. Metà del dato racconta comportamenti, l'altra metà racconta quanto ogni generazione è disposta a confessarli e che cosa intende per tradimento. La Gen Z che crede nella fedeltà a vita e considera tradimento anche un flirt è la stessa che dichiara il tasso più basso: coerenza o reticenza, con i sondaggi in mano non lo sapremo mai del tutto.
Quello che sappiamo è che l'infedeltà non è una malattia giovanile che passa con gli anni. Semmai è il contrario: si accumula, come i chilometri. E per chi è nella fascia tra i 50 e i 70 anni il dato non è una condanna ma un promemoria: i matrimoni lunghi non sono protetti per anzianità di servizio. Restano fedeli le coppie che continuano a scegliersi, non quelle che hanno semplicemente smesso di guardarsi intorno.

